L’involuzione spiegata a parole

“Ci scriviamo molti messaggi, ma poi quando ci vediamo non parliamo”.

Questa frase che sento sempre più spesso durante il mio lavoro di psicoterapeuta mostra le conseguenze di un linguaggio che s’impoverisce, ma soprattutto esprime le difficoltà relazionali connesse alla nostra epoca.

Il linguaggio infatti non è solo quello verbale, ma soprattutto quello non verbale e paraverbale o meglio, quello di altri occhi che ti guardano, sorrisi spontanei e respiri che si bloccano. Quel linguaggio, ricco di emozioni, ci manca sempre più.

Ciò che forse non abbiamo previsto é quanto ci saremmo involuti per avere molto di più, per scoprire in fondo che la fretta non è sinonimo di benessere e che la qualità non è sostituibile dalla quantità.

La rapidità di comunicazione ha inevitabilmente implicazioni nel contenuto che è sempre più semplificato. Usiamo gli emoji per trasmettere qualcosa in più, ma in una modalità di comunicazione così semplificata, non può che perdersi parte del contenuto e dare adito a fraintendimenti. È assurdo, eppure parlare guardandosi negli occhi è sempre più raro e come ogni capacità che non si allena si perde.

Il Quoziente d’Intelligenza medio della popolazione mondiale (QI) è in continuo aumento, come spiega l’effetto Flynn. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione.

È l’inversione dell’Effetto Flynn. La tesi è ancora discussa e molti studi sono in corso da anni senza riuscire a placare il dibattito. Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati. Le cause di questo fenomeno possono essere molte.

Una di queste potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti che la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua non solo riguardano il vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso. La graduale scomparsa dei tempi, quali il congiuntivo, l’imperfetto, forme composte del futuro, il participio passato e il passato remoto dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà della comunicazione. Un semplice esempio: eliminare la parola “signorina”, ormai desueta, non significa solo rinunciare all’estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l’idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.

Meno parole e meno verbi coniugati implicano anche meno possibilità di elaborare un pensiero. Viene così meno anche la capacità di esprimere le emozioni, nonché di leggerle dentro sé e questo ovviamente non può che riflettersi negativamente sulle relazioni.

Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Più povero è il linguaggio, più il pensiero è limitato. La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell – 1984; Ray Bradbury – Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole. Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto? Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata e soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.

Non c’è libertà senza necessità. Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.

Christophe Clavé